
Quando si parla di trauma, l’immaginario collettivo si orienta verso eventi estremi come guerre, abusi, catastrofi, incidenti gravi.
È quello che generalmente viene definito trauma con la T maiuscola.
Tuttavia esiste una forma di trauma, molto più diffusa e silenziosa che attraversa la vita di moltissime persone senza essere riconosciuta: il cosiddetto small-t trauma, o trauma con la t minuscola.
Questo tipo di trauma non nasce necessariamente da eventi drammatici o violenti, ma può svilupparsi a partire da esperienze apparentemente ordinarie, soprattutto se esse sono ripetute nel tempo e vissute durante l’infanzia.
Episodi come il bullismo, commenti svalutanti o eccessivamente critici da parte di genitori oppure una costante mancanza di sintonizzazione emotiva con le figure di riferimento, possono lasciare tracce profonde e durature nella psiche.
Gabor Maté nel libro “Il mito della normalità”, sottolinea che il trauma non riguarda solo ciò che accade, ma anche – e spesso soprattutto – ciò che non accade. Le cose buone che durante la nostra crescita, non accadono.
Non essere visti, compresi o accolti emotivamente può risultare profondamente destabilizzante per un bambino. I bisogni fondamentali di attaccamento, sicurezza e riconoscimento, se non soddisfatti, possono generare una frattura interna e una progressiva disconnessione dal proprio sentire autentico.
Il pediatra e psicoanalista Donald Winnicott descriveva questa esperienza come “nulla che accade quando qualcosa avrebbe potuto e dovuto accadere”: un vuoto relazionale che nel tempo, diventa strutturante.
Sia il trauma grande sia quello piccolo condividono un elemento centrale: la perdita di connessione.
La disconnessione avviene spesso lentamente, in modo quasi impercettibile. Ci adattiamo, sviluppiamo strategie di sopravvivenza, costruiamo un’immagine di noi stessi che ci permetta di funzionare. E ciò che cominciamo a chiamare “normalità” o anche alcuni dei nostri punti di forza, come l’iper-autonomia, il perfezionismo o l’iper-controllo emotivo, possono essere l’espressione di una ferita antica mai riconosciuta.
Il trauma non è una categoria rigida, ma uno spettro. Non esistono confini netti tra chi è traumatizzato e chi non lo è. Molte persone, pur considerandosi felici e ben adattate, possono collocarsi in una zona intermedia di questo continuum. Per questo motivo, confrontare le sofferenze con quelle degli altri non è utile: il dolore non è una gara e non esistono gerarchie legittime della sofferenza. Ogni vissuto è soggettivo, ogni ferita è unica.
Nel linguaggio comune, il termine “trauma” viene spesso utilizzato in modo improprio per indicare esperienze stressanti o emotivamente intense. Tuttavia, non tutto ciò che è stressante è traumatico.
Un evento diventa traumatico quando lascia la persona più limitata di prima sul piano psichico o fisico, in modo persistente. È vero, però, che eventi presenti possono riattivare ferite del passato: in questi casi non si tratta di una nuova traumatizzazione, ma dell’emergere di un dolore antico che chiede finalmente di essere riconosciuto.
Dare un nome al trauma con la t minuscola non significa drammatizzare la vita quotidiana, ma restituire dignità a forme di sofferenza spesso minimizzate. Significa riconoscere che anche ciò che è mancato come uno sguardo, una parola, un abbraccio, una presenza emotiva, può aver avuto un peso profondo nella costruzione del sé.
Dal libro Il mito della normalità di
Gabor Maté
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